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Si considerano “usi plurimi delle
acque irrigue” le utilizzazioni idriche ottenibili lungo i canali
di adduzione per usi che comportino la restituzione delle acque e siano
compatibili con le successive utilizzazioni e, in particolare, con quelle
irrigue.
Si indicano come “riusi dell’acqua irrigua” le utilizzazioni
idriche rese possibili dal recupero dell’acqua che, distribuita sui
campi, si “riproduce” sia per via superficiale che per via sotterranea;
le acque così recuperate vengono utilizzate nuovamente per l’irrigazione
ma anche per scopi industriali e potabili. |
Gli usi plurimi dell’acqua
irrigua fanno parte della più antica tradizione irrigatoria,
almeno per quanto riguarda la produzione di forza motrice ottenibile spesso
su canali realizzati principalmente a tale scopo; ne sono un esempio le
numerose rogge “molinare” della Pianura Padana, le cui acque
venivano poi, a valle dei mulini, utilizzate per l’irrigazione.
L’eco di questa antica tradizione è rintracciabile anche nel
vigente T.U. sulle acque (R.D. n. 1775/1933), laddove (art. 36) si prevede
che alle concessioni di derivazione ad uso promiscuo di irrigazione e di
forza motrice si applica, per le due diverse utilizzazioni, un solo canone
(quello più elevato); e ciò all’evidente scopo di favorirne
l’applicazione. |
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| E’ però soltanto con la legge
Galli (n. 36/1994) che gli usi plurimi delle acque irrigue trovano un primo
esplicito riconoscimento; l’art. 27 prevede infatti che i consorzi
di bonifica ed irrigazione “hanno facoltà di utilizzare
le acque fluenti nei canali e nei cavi consortili per usi che comportino
la restituzione delle acque e siano compatibili con le successive utilizzazioni,
ivi compresi la produzione di energia idroelettrica e l’approvvigionamento
di imprese produttive”. |
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Va inoltre sottolineato che gli usi plurimi dell’acqua
irrigua costituiscono un’importante attuazione dei principi
generali “della razionale utilizzazione” e “degli
usi plurimi delle risorse idriche”, sanciti dalla Legge Galli
(art. 4, comma 1) e che nel comprensorio Est Sesia, come nelle altre
Regioni padane - caratterizzate dalla presenza di grandi canali irrigui
e da capillari reti distributive - tali usi consentono non solo di
utilizzare le acque d’irrigazione per
produrre
energia idroelettrica “pulita” ma anche di soddisfare,
con le acque stesse, una vasta gamma di fabbisogni per usi diversi,
soprattutto per l’approvvigionamento
idrico delle imprese produttive, fabbisogni che altrimenti dovrebbero
essere coperti con nuove derivazioni dalle fonti idriche esistenti
(corsi d’acqua naturali e falde sotterranee). |
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| Per quanto riguarda i riusi
dell'acqua irrigua, occorre tenere presente che nel comprensorio
Est Sesia l’acqua, distribuita con i tradizionali metodi dello
“scorrimento” (mais, foraggere ecc.) e della “sommersione”
(riso), si riproduce sostanzialmente per due diverse vie: |
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per via superficiale, attraverso le
“colature” che dai campi irrigati affluiscono ai fossi
di raccolta (“colatori”) nei quali, per somma di apporti,
vengono a costituirsi portate idriche in grado di alimentare nuove
utilizzazioni; |
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per via sotterranea, attraverso la
percolazione che dai campi irrigati e dai fossi irrigatori scende
nel sottosuolo ad alimentare in forma determinante le falde idriche
sotterranee; le acque percolate in parte riaffiorano naturalmente
nei fontanili e sono poi nuovamente utilizzate per l’irrigazione;
in parte vengono, attraverso i pozzi, sollevate meccanicamente e riportate
in superficie per essere utilizzate a scopo industriale e potabile. |
Nelle secolari
vicende attraverso cui si è giunti alla trasformazione irrigua
di gran parte della Pianura Padana, l’affannosa ricerca di nuove
fonti idriche, indispensabili per estendere l’irrigazione e
dare ad essa il necessario grado di sicurezza, ha portato non solo
alla realizzazione di opere imponenti (i grandi canali storici, le
opere di regolazione dei laghi prealpini ecc.) ma anche, facendo tesoro
delle conoscenze che l’esperienza andava fornendo, alla graduale
introduzione di minuziose norme – inserite poi negli statuti
dei consorzi d’irrigazione – intese a favorire il riuso
dell’acqua irrigua.
In presenza di particolari situazioni idrogeologiche si è così
giunti anche ad introdurre specifici vincoli colturali, assegnando
ai consorzi la facoltà di regolare, in presenza della risaia,
l’avvicendamento delle colture secondo ambiti territoriali (“valbe”)
delimitati in modo da favorire la raccolta ed il reimpiego dell’acqua
irrigua, evitando nel contempo il verificarsi di dannosi impaludamenti
causati dalla coltura del riso. Grazie a queste norme statutarie ed
al perfezionarsi delle tecniche irrigatorie, nei grandi comprensori
risicoli il consumo d’acqua per ettaro riferito all’intero
territorio è andato via via riducendosi rispetto a quello che
si misura sui singoli appezzamenti; e ciò per effetto del ripetuto
riuso dell’acqua irrigua che si riesce a realizzare lungo lo
stesso comprensorio, da monte a valle. |
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Nel comprensorio Est Sesia particolare
importanza riveste il riuso dell’acqua sotterranea, che, derivata
attraverso i caratteristici
fontanili, soddisfa circa 1/3 dei fabbisogni idrici.
In sostanza, si può quindi ribadire che gli usi plurimi e i
riusi dell’acqua irrigua costituiscono tecniche di fondamentale
importanza ai fini di un uso razionale e parsimonioso dell'acqua e
sono quindi da favorire nell’interesse generale; e ciò
soprattutto in quelle aree - come quelle padane - che oltre ad essere
le più industrializzate del Paese sono anche le più
intensamente irrigate. |
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